Costante: «Smart working: il contratto di lavoro rimane centrale e le aziende devono rispondere con investimenti in risorse umane e tecnologia»

In CDR, Fnsi by SGV Redazione

«La posizione della Fnsi sullo smart working è laica ma deve essere chiaro una volta per tutte che quello che si sta facendo ora a seguito del lockdown è solo una risposta emergenziale, chiamiamolo lavoro da remoto, o covidworking, piuttosto. Nessuno è contrario a questa modalità nuova per il nostro settore, ma il sindacato ha il dovere e la missione di tutelare innanzi tutto l’occupazione, quella buona, e la qualità del prodotto».

Così Alessandra Costante, vice segretaria generale della Fnsi, ha introdotto oggi, 25 giugno a Mestre, il seminario di studio sullo smartworking, organizzato dal Sindacato giornalisti Veneto con la segretaria regionale Monica Andolfatto, riservato ai cdr, e che ha visto la partecipazione anche del direttore della Fnsi, Tommaso Daquanno.

«Le imprese editoriali non sono assimilabili alle altre imprese, non solo per la “merce” che trattatano, ma anche e perché demandano al direttore, articolo 6 del contratto, l’organizzazione del lavoro, e per il diritto che il cdr (art. 34) ha di intervenire sulla materia. Ed è su questi presupposti che anche ora, sebbene il legislatore abbia dato la possibilità al datore di lavoro di imporre in via unilaterale, il covidworking, per motivi di sicurezza e di salute, il cdr può contrattare condizioni e applicazione. Superata questa fase è fondamentale non abbandonare i singoli colleghi alla trattativa individuale, prevista dalla specifica normativa del 2017, e declinare quello che sì sarà smartworking all’interno della cornice del contratto nazionale. Se da un lato – ha puntualizzato Costante – è comprensibile che si possa cedere al fascino della “comodità” del lavoro da casa, dall’altro occorre essere consapevoli che se rinunciamo alla redazione “fisica” significa imboccare la via di una progressiva ulteriore precarizzazione della professione. E significa spianare la strada agli editori per svuotare sempre più le redazione come stanno sistematicamente facendo a colpi di stati di crisi, con la mancata sostituzione di chi va in pensione, con lo sfruttamento selvaggio dei collaboratori, con la chiusura delle redazioni decentrate».

«Su questo fronte la Fnsi è già impegnata in una battaglia di prospettiva, in cui il ruolo di ciascun cdr è fondamentale, in quanto attore principale nel far rispettare le regole e nel comtemperare gli eventuali desiderata soggettivi agli interessi della collettività dei giornalisti dell’azienda».

Ed è su tali premesse che si è inserito l’intervento del direttore Daquanno, che ha esordito con l’analisi dell’evoluzione dei decreti governativi, i quali via via hanno inserito dei correttivi tesi a bilanciare in parte il potere consentito al datore di lavoro di imporre il covidworking.

Daquanno ha insistito in particolare su due principi basilari: l’accordo tra le parti che norma lo smartworking (artt. 18 e 23 della Legge 81 del 2017) e il fatto che la sua attuazione mai e poi mai deve essere trattata come una novazione del rapporto di lavoro in quanto si tratta di darne una diversa disciplina.

Quindi il direttore della Fnsi ha evidenziato il rischio, tutt’altro che remoto di passare dal perimetro del lavoro subordinato a quello subordinato e/o libero professionale sullo sfondo magari del fascino di presunti vantaggi economici personali nel breve o medio termine.

La giornata di studio ha visto anche la gradita presenza di Christian Ferrari, segretario regionale della Cgil Veneto. Nel suo saluto ha ribadito come e quanto la pandemia abbia evidenziato la centralità del lavoro, dal più umile a quello più qualificato, che di fatto ha tenuto insieme il Paese, riconoscendo in questa cornice l’importanza rivestita dall’informazione quotidiana professionale, argine efficace al dilagare delle fake news.

«Lo smartworking, o meglio il homeworking – ha detto – da un lato ha evidenziato il peso delle nuove tecnologie che hanno permesso la continuità produttiva, cosa impensabile appena dieci anni fa e dall’altro il pericolo di un cottimo 4.0, della parcellizzazione del lavoro, della segregazione professionale, quest’ultima soprattutto per le donne. Il tema dello smartworking – ha concluso – sottende un tema più generale e comune a tutti i lavoratori, nessuno escluso: arrivare a una riorganizzazione produttiva che non si traduca nella concentrazione di potere economico in una cerchia sempre più ristretta di pochi o pochissimi, bensì si traduca in condizioni migliori di lavoro per tutti».

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