Alpi-Hrovatin, uccisi 26 anni fa: #NoiNonArchiviamo

In ilaria alpi, sindacato giornalisti veneto, verità by SGV Redazione

A 26 anni anni dall’uccisione a Mogadiscio dei colleghi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, anche il Sindacato giornalisti Veneto continua a schierarsi con chi chiede da sempre verità e giustizia e aderisce alla battaglia per non archiviare l’inchiesta sul duplice omicidio a seguito della richiesta in tal senso della Procura di Roma.

Riceviamo e pubblichiamo il testo che ci ha inviato Mariangela Gritta Grainer portavoce di #NoiNonArchiviamo.

“Questo 20 marzo è il secondo senza Luciana e il decimo anche senza Giorgio: la mamma e il papà di Ilaria Alpi assassinata 26 anni fa in una domenica di primavera a Mogadiscio insieme a Miran Hrovatin.

Questo 20 marzo non ci dirà ancora, forse, se l’amore per la verità e la giustizia avrà spinto e/o spingerà la Procura di Roma con il nuovo Procuratore Generale a ridare impulso a una inchiesta sull’assassinio di due cittadini italiani.

“…due giornalisti, insigniti della Medaglia d’oro al Merito Civile della Repubblica italiana…

L’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin lacera profondamente, a 25 anni di distanza, la coscienza civile del nostro Paese e suona drammatico monito del prezzo che si può pagare nel servire la causa della libertà di informazione…

Nel loro lavoro d’inchiesta Ilaria Alpi e Miran Hrovatin avevano trovato notizie di traffici illeciti, avevano raccolto testimonianze, stavano compiendo verifiche e riscontri che interpellavano anche il nostro Paese.  L’agguato… ha spezzato due vite e trafitto la libertà di tutti. “

(dalla lettera del Nostro Presidente Sergio Mattarella inviata il 20 marzo 2019 e letta alla Camera dei Deputati durante l’incontro solenne #NoiNonArchiviamo. Il giornalismo d’inchiesta per la verità e la giustizia).

Questo 20 marzo avviene mentre il mondo intero sta affrontando una “pandemia” contro un nemico “invisibile” e che, forse per questo, fa paura: sembra invincibile. L’Italia è stata colpita dal coronavirus per prima in Europa e da parecchi giorni nonostante #iostoacasa il contagio non si è ancora fermato e molte persone continuano a morire. Ma si è vista un’Italia che non solo resiste ma che mostra la sua parte migliore: “andrà tutto bene”, “coraggio e responsabilità”, “insieme ce la faremo”, il tricolore sui balconi e alle finestre, le maratone musicali artistiche e letterarie come “L’Italia chiamò”…il militare paracadutista che si lancia con un lunghissimo tricolore che fa ondeggiare nel cielo azzurro, si battono le mani per i medici tutti insieme a mezzogiorno, si suona e si canta alle 18, le lucine che si accendono alle 21 della sera… Un’Italia che si scopre solidale, comunità che ha iniziato a capire che nessuno si salva da solo.

Tutto questo mi ha fatto venire in mente l’origine della parola

pan-demia (che comprende epi-demia: che è nel popolo, e va oltre, è di tutto il popolo inteso come umanità). Deriva dall’aggettivo pandemio: nel mondo classico era epiteto di Eros e Afrodite divinità dell’amore.

Non è forse l’amore che “muove” gli straordinari medici, infermieri, tutti gli operatori della sanità, “i nostri angeli” che lavorano fino all’estrema energia (viene in mente l’infermiera crollata dopo non sappiamo quante ore di fila di lavoro) consapevoli di mettere a rischio la loro stessa vita. E ancora tutti i volontari della Protezione Civile e della Croce Rossa e tanti altri.

Non è forse l’amore che ha alimentato la tenacia, la forza di Luciana e Giorgio indomabili per avere giustizia.

Amore per Ilaria, assassinata “nel più crudele dei giorni”, insieme a Miran Hrovatin, quel 20 marzo 1994 a Mogadiscio: un’esecuzione preordinata e ben organizzata proprio mentre si apprestavano a diffondere dal TG 3 la verità acquisita con il loro lavoro di cronisti come Ilaria aveva annunciato alla Rai.

Amore di Luciana per Giorgio e di Giorgio per Luciana.

Amore per la verità e la giustizia: si è visto e sentito sempre nella loro lunga lotta contro “il muro di gomma” dei poteri che ne hanno ostacolato la ricerca, occultato, depistato, costruito false piste, false prove…. Amore di chi li ha accompagnati in tutti questi anni.

Amore traspare nei lavori di Ilaria e nei racconti che di lei hanno fatto Luciana e Giorgio Alpi facendoci scoprire molte cose di lei, le cose forti, gli ideali, i valori e l’amore per il suo lavoro, una missione: far conoscere le cose come stanno, far capire oltre l’apparenza come si svolgono i fatti del mondo;

soprattutto se quei fatti riguardano la violazione dei diritti delle donne e degli uomini.

Amore di Ilaria per la sua Somalia (in poco più di un anno vi si recò ben sette volte). Proprio per approfondire i fatti Ilaria ha iniziato a seguire “una pista” pericolosa, una storia d’illegalità e traffici illeciti, di rifiuti e di armi che la popolazione somala subiva.

Se Ilaria fosse qui sarebbe certo tra chi sta resistendo senza però dimenticare le guerre cosiddette locali e i disastri che provocano in termini di devastazioni e di morti, in particolare donne e bambini che, se riescono a scampare alle bombe scappano per cercare luoghi dove almeno la vita abbia un valore: ma spesso non li trovano vengono respinti o trovano luoghi peggiori.

Questo 20 marzo sappiamo ormai tutto di questa storia, quel che è successo prima del 20 marzo 1994, quel giorno tragico, e dopo in tutti i 26 anni trascorsi. Alcuni punti:

Si sa che Hashi Omar Hassan è stato condannato in via definitiva a 26 anni di carcere per concorso in duplice omicidio.

Si sa che la sentenza di Perugia dove si svolge il nuovo processo (12 gennaio 2017) si conclude con due punti importanti: Hashi è innocente; è stato il classico capro espiatorio (come conclude anche la sentenza del processo di primo grado 1999) e dunque viene rimesso in libertà dopo 17 anni di carcere; il teste principale d’accusa Ahmed Alì Rage detto Jelle ha dichiarato il falso,

“coinvolto in un’attività di depistaggio di ampia portata…” , non solo relativo a questa vicenda.

Si sa per esempio che l’occultamento del certificato di morte di Ilaria può essere stato alla base di un’attività di depistaggio partita fin dai primi giorni e forse ancora in atto (come trapela nella stessa sentenza e nell’opposizione alla nuova richiesta di archiviazione presentata “come risposta” alla sentenza di Perugia).

Si sa che il depistaggio persistente è legato a un reato gravissimo: duplice omicidio premeditato per il quale non esiste prescrizione come invece si sostiene nelle richieste di archiviazione della Procura di Roma (“..che tutti i reati ipotizzabili nella sentenza di Perugia sono ‘estinti’ per prescrizione”… che il reato di depistaggio (se ci fosse), introdotto dalla legge del 2016 n.133 non può certo trovare applicazione per fatti antecedenti la sua introduzione.”

Si sa che in dette richieste si legge: ”… l’ipotesi che il lavoro svolto da Ilaria Alpi su …qualcuno dei traffici illeciti fiorenti in quell’epoca in Somalia dilaniata dalla guerra …resta un’ipotesi dato che la perizia balistica, che è l’unico dato oggettivo che avrebbe potuto convalidarla, ha escluso che la Alpi sia stata uccisa da un colpo di pistola sparato da vicino ed esclude quindi si sia trattato di un’esecuzione decisa in precedenza)….”

Si sa che ne sono state fatte diverse di perizie motivate dalla mancata autopsia e dalla sparizione della documentazione medica e fotografica eseguita sulla nave Garibaldi. (Due volte sarà riesumata la salma, due autopsie: nel maggio 1996 dal dottor Giuseppe Pititto, conclusioni perizia 1998; nel 2004 dalla commissione parlamentare d’inchiesta).

Tutto questo è servito a chi, utilizzando i vari esiti delle perizie medico/balistiche, continuerà ad accreditare la tesi dell’incidentalità.

Invece fu un’esecuzione.

Si sa che un anno fa abbiamo ascoltato il dottor Armando Rossitto leggere dal suo diario del 20 marzo 1994 confermando quanto scritto nel certificato di morte stilato da lui stesso sulla nave Garibaldi (e che sarà “ritrovato” solo dopo la condanna definitiva di Hashi Omar Hassan).

Si sa che tale certificato sarà confermato, senza conoscerlo, dal dottor Giulio Sacchetti che eseguirà l’esame esterno al Cimitero Flaminio il 22 marzo 1994. “…trattasi di ferita penetrante al capo da colpo d’arma da fuoco a proiettile unico esploso a contatto con il capo… mezzo adoperato pistola, arma corta…….”

Sarà confermato dal dottor Andrea De Gasperis che così motivava davanti alla Commissione d’inchiesta la mancata autopsia:”…E’ stato fatto un esame molto attento…era chiaro: un colpo sparato a distanza ravvicinata; non era necessario fare l’autopsia”.

L’esito dell’autopsia disposta dal dottor Pititto (gennaio 1998) lo confermerà con ulteriori dettagli: “..il colpo mortale è stato sparato (alla nuca zona parietale sinistra, dall’alto verso il basso) a distanza ravvicinata e l’aggressore, in piedi sulla strada, sparò aprendo la portiera posteriore sinistra o dal finestrino”. Tre conclusioni riferite al corpo di Ilaria.

Miran Hrovatin, va ricordato, fu colpito da un analogo colpo alla nuca a destra come si legge nelle conclusioni della parziale autopsia svolta dal dottor Fulvio Costantinides negli stessi giorni a Trieste.

Due riscontri esterni e un’autopsia (periti medici e balistici) sono concordi. Due colpi in testa, uno per Ilaria zona parietale sinistra, uno per Miran stessa zona a destra.

Questo 20 marzo prende atto che il dottor Andrea Fanelli ha respinto la terza richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma. E’ importante che le organizzazioni dei giornalisti (Usigrai,Fnsi,Cnodg) siano state riconosciute come parte offesa e quindi che la loro opposizione all’archiviazione sia stata ammessa riconoscendo che “…Ilaria Alpi (giornalista della Rai) ha trovato la morte, unitamente al cineoperatore Miran Hrovatin, nell’esercizio e a causa della sua professione …” (come emerge dall’ordinanza del 4.10.2019)

Non si condivide invece la premessa “…al fine di evitare inutili duplicazioni non sarà ripercorsa la ricostruzione in fatto delle vicende ….si fa integrale rinvio alla ordinanza di questo giudice del 26.6.2018 …e alla richiesta di archiviazione del 19.6.2017 della Procura”: il dottor Fanelli pur respingendo la richiesta di archiviazione mostra, come un anno fa, di condividerne in gran parte le ragioni.

Il che traspare anche dal fatto che non ritenga si debba considerare l’azione di depistaggio che ha percorso tutti questi anni ed emersa con tutta evidenza dalla scarcerazione immediata di Hasci Omar Assan dopo il rifacimento del processo.

Cosa invece dalla quale bisognerebbe ri-partire.

 Questo 20 marzo sono 26 anni che la Procura di Roma si occupa di questa dolorosa inchiesta: si sono succeduti diversi magistrati e diversi Procuratori generali. Se ne sono occupate Commissioni parlamentari d’inchiesta e una governativa.

Hanno tutte lavorato bene queste istituzioni? Non è solo una domanda lecita, è obbligatoria così come la risposta se non si vuole che tutti siano coinvolti in un’opera di occultamento o di “indifferenza” che continua a offendere la memoria di Ilaria e Miran, le loro famiglie; a offendere la giustizia, quella che dovrebbe essere “…amministrata in nome del popolo” come recita l’art. 101 della Costituzione della Repubblica Italiana.

Questo 20 marzo illumina la strada necessaria per arrivare alla giustizia: seguire la pista dei depistaggi.

Riproponiamo l’interrogativo che sentiamo il dovere di formulare ma a cui non possiamo né vogliamo rispondere noi.

Forse è necessario che non sia più la Procura di Roma a occuparsi di questa tragedia, dopo ventisei anni?

Perché #NoiNonArchiviamo ?

Perché con l’impegno di tutti vincerà l’amore contro l’odio, la verità contro la menzogna, la giustizia contro l’iniquità, la bellezza contro lo squallore e la volgarità, la conoscenza contro l’ignoranza: a questo continueremo a lavorare con passione perché questa è l’eredità impegnativa di Ilaria e anche di Luciana e Giorgio.

Forse da qualche parte Luciana e Giorgio hanno ritrovato Ilaria.

Li abbracciamo tutti e tre noi, quelli che in questi anni si sono impegnati, hanno seguito trepidato sofferto per la verità e la giustizia che ancora non c’è: vogliamo che sentano tutto il nostro amore perché non si sentano soli e rinnoviamo il nostro giuramento: noi non archivieremo mai.

Sarebbe un bell’inizio se il nuovo Procuratore segnalasse che la giustizia non può più attendere: “andrà tutto bene” che percorre il paese in queste settimane difficili troverebbe una conferma importante”.

Mariangela Gritta Grainer

portavoce #NoiNonArchiviamo

Valdagno 20 marzo 2020

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