Sgv in lutto, addio a Paolo Vitetta

In Sindacato Giornalisti by SGV Redazione

Il Sindacato giornalisti Veneto e tutti i colleghi piangono un altro giornalista di razza che, insieme alla professione, ha coltivato la passione e l’impegno sindacale. Il giorno di Natale se n’è andato a 74 anni Paolo Vitetta. Redattore di punta del Giornale di Vicenza a lungo ha ricoperto incarichi nel Cdr e del Direttivo di Sgv e in Fnsi come Consigliere nazionale. Era andato in pensione nel 2003. Pubblichiamo il bel ritratto che Andrea Libondi ha scritto sul Giornale di Vicenza di oggi.

“Se n’è andato all’alba del giorno di Natale, facendosi beffe del clima di festa cui anche la sua famiglia si stava preparando, nonostante tutto. Dimostrandosi anche in questo un po’ controcorrente, personaggio a suo modo fuori dalle regole ma in senso buono, dannatamente buono. Paolo Vitetta aveva tagliato da un paio di settimane il traguardo dei 74 anni in un letto dell’ospedale San Lorenzo di Valdagno, dov’era ricoverato da qualche giorno per una serie di complicazioni dei malanni che avevano accompagnato gli ultimi anni della sua vita. Con lui scompare un altro pezzo pregiato del giornalismo di casa nostra, quello che viveva la professione giorno e notte, in senso letterale, in una continua ricerca di notizie, indiscrezioni, verifiche e approfondimenti.

CRESCIUTO a Valdagno, dove il padre s’era trasferito in ossequio alla sua carriera di funzionario statale, ultimo di 3 fratelli, aveva dimostrato fin dall’adolescenza una particolare brillantezza di scrittura che, unita alla passione per lo sport, l’aveva portato a trattare di calcio e di hockey su pista, discipline privilegiate nella città della lana. Dopo il percorso liceale, aveva iniziato a frequentare l’università, però con risultati altalenanti perché la sua testa cullava ben altri progetti. E quando il direttore Jacopo Appiani gli chiese nel 1968 la disponibilità di rinforzare l’organico del GdV per star dietro ai progetti di espansione del quotidiano non ci pensò un secondo di troppo e finì a lavorare al fianco di Piero Piccoli e Gianmauro Anni, Antonio Pretto, Franco Candiollo e Arturo Magrin per comporre una squadra molto affiatata, dentro e fuori dal campo.

ERANO TEMPI in cui ti capitava di seguire le vicende del tribunale al mattino, di raccontare delle tematiche biancorosse seguendo l’attualità del Lanerossi Vicenza al pomeriggio, aggiungendoci se del caso la cronaca del Consiglio comunale in serata, giusto per raccontare che la giornata del giornalista di allora era davvero piena. Senza dimenticare che, nelle more, ti veniva magari chiesto di documentare misteriosi incidenti stradali segnalati da qualche solerte figlia del direttore salvo poi scoprire che si trattava di un falso allarme. Il tutto per favorire la crescita sulla piazza di un giornale che doveva tener conto dell’agguerrita concorrenza del Gazzettino, con cui era in atto una continua battaglia, peraltro sempre nel segno della correttezza. E poi, quando anche l’ultimo bozzone era licenziato per prendere la strada del centro stampa di San Martino Buon Albergo, ecco che cominciava anche l’altra giornata di quel manipolo di giornalisti che voleva ritardare il più possibile l’appuntamento col riposo. E Paolo era sempre in prima fila anche in quei momenti, dettando i tempi, suggerendo locali amici che erano disposti a fare tardi facendosi sempre scortare sulle auto altrui perché lui la patente non l’aveva mai presa ed era il “Ciao” il suo cavallo di battaglia. A quei tempi le giornate di riposo erano un lusso che ai praticanti, quelli che si preparavano per 18 mesi al salto di qualità con l’esame a Roma per diventare giornalisti professionisti, non veniva concesso. Ricordava a tutti i nuovi assunti, cui faceva in pratica da burbero tutore, che a disposizione c’era soltanto una serata libera a settimana, una conquista che spesso veniva sacrificata dagli eventi. Ed è stato anche per migliorare la qualità della vita nei giornali che s’è molto impegnato a livello sindacale, guidando a lungo il Comitato di redazione fino ad assumere importanti incarichi nel Sindacato regionale.

È STATO soprattutto raccontando di sport che s’è fatto conoscere ed apprezzare. E lo sport anche a quei tempi era il Lanerossi Vicenza, di cui ha seguito il percorso dai tempi di Giussy Farina, con Ettore Puricelli e Berto Menti in panchina fino a godere pure lui delle meraviglie targate GiBì Fabbri, Paolo Rossi e compagnia, quelle del ritorno trionfale in serie A, della cavalcata al secondo posto dietro soltanto alla Juventus e dell’approdo in Europa. Le trasferte erano praticamente tutte cosa sua, in solitudine se si trattava di andare lontano con l’aereo, in compagnia se la distanza era limitata e ti potevi servire dell’auto. Erano queste ultime le destinazioni preferite, anche perché così riusciva ad abbinare ai doveri professionali la sua passione per la buona tavola. Perché gli piaceva mangiar bene, la guida Michelin era sua fedele compagna di viaggio e quasi sempre c’era un ristorante selezionato a scortare le sue trasferte. Strada facendo gli è capitato pure qualche inconveniente, dalla caduta dai gradoni di Monselice, alla mano pizzicata dalla porta di un treno che lo doveva portare a Ravenna fino al fuori pista in autostrada sulla “Giulietta” guidata dal collega Filippini, con turbolento arrivo tardivo a Carrara, tutti episodi che poi ricordava con dovizia di particolari conditi da una larga dose di ironia.

QUANDO anche il GdV s’è organizzato in settori gli è stata affidata la responsabilità della provincia, quindi con decine di corrispondenti che gli facevano riferimento. E lui intratteneva buoni rapporti con tutti, apparendo brusco nell’impatto iniziale, ma pronto a venire in aiuto, a mettere al servizio degli altri la sua lunga esperienza. Di direttori ne ha visti passare parecchi pure lui, con Gigi Riva ha avuto le ultime importanti gratificazioni diventando vicecaporedattore prima di cedere precipitosamente ai primi segnali di quei malanni che, originati dal diabete, dal 2003 l’hanno costretto fuori dagli spazi redazionali e poi alla pensione anticipata. Allora si è ritirato nella sua Valdagno, chiuso nel suo micro-mondo soprattutto dopo che gli era venuta a mancare la sua adorata mamma. Il fratello Beppo, la cognata e i 3 nipoti l’hanno scortato fino all’ultimo difendendo la sua privacy anche dalle amichevoli insistenze dei colleghi di un tempo che avrebbero voluto godere ancora dei suoi ricordi e della sua intelligente ironia. Evidentemente preferiva essere ricordato com’era nei suoi momenti migliori, preparando l’uscita ad effetto: l’addio all’alba del giorno di festa per eccellenza”.