Due giornalisti coinvolti, quattro testate che ricostruiscono la vicenda e una sentenza che fa discutere su un tema controverso e ancora poco chiaro come la responsabilità dei commenti (altrui) ai post sui social. A raccontare la storia è La Repubblica (qui ) il 30 marzo poi ripresa da Il Post (qui) e da professionereporter.eu (qui). Nulla da obiettare se non che Il Giornale di Vicenza (qui) tiene a precisare che la ricostruzione omette passaggi fondamentali e ribadisce la correttezza del proprio operato e la veridicità dei fatti (che era stata messa in dubbio da Butera) riportati dal suo cronista Valentino Gonzato nell’articolo “I richiedenti asilo vogliono Sky”: non è né una bufala né una mezza bufala come accertato e documentato negli anni successivi da fonti istituzionali e dall’Ordine dei giornalisti del Veneto. Quindi la smentita di Butera non era corretta.
Ritornando alla sentenza in oggetto, il giornalista Fabio Butera è stato condannato in primo grado e in appello a pagare 33mila euro per i commenti pubblicati da terzi sotto un suo post su Facebook. Tutto ha inizio nel 2018, quando Butera aveva criticato un articolo del Giornale di Vicenza relativo alle richieste di alcuni richiedenti asilo. Diffusa sui social, la notizia ebbe una certa eco: fu ripresa dai siti di alcune testate e condivisa da diversi politici. Mesi dopo l’autore del primo articolo, linciato via social e minacciato di morte insieme ai suoi familiari (il cdr e il sindacato gli manifestarono ampia solidarietà), presentò causa civile contro Butera per quel post e nell’aprile del 2023 una sentenza del tribunale di Verona stabilì che il post “incriminato” non era diffamatorio, ma formalmente corretto perché risultato di una ricerca documentata: Butera, all’epoca collaboratore di Repubblica, aveva fatto le verifiche. Lo stesso tribunale però condannò Butera a pagare 33mila euro, cioè il risarcimento più le spese legali, per non aver rimosso alcuni commenti sotto il suo post. Il giornalista disse di non averli letti, ma i giudici ritennero che il fatto di aver condiviso sulla propria bacheca, due giorni dopo, altri contenuti sulla stessa vicenda, costituisse una prova sufficiente dell’avvenuta lettura di tutti i commenti e della volontà di mantenerli. La sentenza di primo grado è stata poi confermata dalla Corte d’appello di Venezia. E ora sulla vicenda sono chiamati a pronunciarsi i giudici della Corte di Cassazione. E ora sulla vicenda sono chiamati a pronunciarsi i giudici della Corte di Cassazione. Alla fine resta una domanda: com’è possibile che due giornalisti abbiano raccontato lo stesso fatto in due maniere diverse? Perché uno è andato di persona, l’altro ha telefonato e non gli sono state date tutte le informazioni.
Fonte: fnsi.it


