Quando il 1. Maggio non è una festa ma una ferita che sanguina

In News by SGV Redazione

«Io con l’azienda mi sono comportato bene fino all’ultimo minuto in cui sono stato al mio posto di lavoro. E nei trent’anni precedenti. Così come i miei quattro colleghi. L’ho detto allora e lo ripeto, non ci meritavamo di essere trattati così. Nessuno lo merita».

A parlare è uno dei cinque proti, gli addetti del servizio prestampa del Gazzettino, che giusto un anno fa, al rientro in sede all’indomani del 1. Maggio, hanno appreso di essere stati licenziati. Il computer lo avevano spento il 30 aprile, attorno alla mezzanotte, ignari che quello sarebbe stato l’ultimo giorno di lavoro.

Il 1. Maggio per Giovanni, Marco, Lorenzo e i due Germano non è più una festa: rappresenta una ferita aperta che mai verrà rimarginata. Peggio. Un trauma che li segna nel quotidiano: perché ricominciare dopo i 50 con una professionalità di nicchia e una famiglia da mantenere non è facile. Per niente.

«Non porto rancore, non è nel mio carattere, ma l’amarezza è tanta, perché per noi il Gazzettino era la nostra famiglia all’interno della quale siamo cresciuti contribuendo al contempo a farla crescere. E purtroppo quello che è successo a noi potrà accadere di nuovo. Adesso occorre guardare avanti anche in questo periodo terribile di emergenza sanitaria».

Bastava aspettare qualche mese e avrebbero potuto contare sugli ammortizzatori sociali e poi, almeno per alcuni, accedere alla pensione.

Allora trovarono la piena solidarietà dei redattori e del Sindacato giornalisti Veneto: scese in campo anche il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, assicurando sostegno e tutela legale. Per non farli sentire soli, e perché – ormai deve essere chiaro a ognuno – nessuno si salva da solo.

Il cdr del Gazzettino scrisse tutta la preoccupazione per “un’operazione, che al pari della soppressione della figura dell’amministratore delegato, sposta sempre più nella capitale la governance del giornale, con il rischio nemmeno così remoto di minare ancor più di quanto fatto fino ad adesso, l’identità territoriale, culturale, storica, sociale, economica del quotidiano del Nordest” stigmatizzando l’ “ennesimo impoverimento culturale e professionale che svuota l’azienda di competenze e capacità importanti”.

Oggi cosa fanno Giovanni, Marco, Lorenzo e i due Germano: il pasticcere, il magazziniere e gli addetti al carico e scarico dei bagagli in aeroporto. Un lavoro, che forse sarebbe diventato stabile, se l’erano cercato con fatica e con fatica guadagnato. Ma adesso c’è il coronavirus. Ed è tutto da rifare.

 

Nella foto di archivio l’assemblea dei giornalisti del Gazzettino di fronte alla sede di Mestre con i proti

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