XXV Giornata della Memoria: un nome, un fiore per ricordare Francesco Saverio Pavone

In Libera, News, sindacato giornalisti veneto by SGV Redazione

Un nome, un fiore, per non dimenticare. Per rinnovare l’impegno a contrastare le mafie. Il Sindacato giornalisti Veneto aderisce con convinzione alla manifestazione nazionale promossa da Libera e Avviso pubblico oggi 21 marzo, XXV Giornata della Memoria. E lo fa ricordando un magistrato, Francesco Saverio Pavone, che ci ha lasciato lunedì scorso consegnandoci un’eredità inestimabile: la passione per la verità e la fatica della giustizia. Una sorta di preghiera laica per essere vicini alla moglie Amelia e alle tre figlie che stamane alle 10 gli daranno l’ultimo saluto a Marghera, dove la salma giungerà dall’obitorio dell’ospedale di Mestre. Cerimonia strettamente privata come imposto dalle autorità sullo sfondo drammatico dell’emergenza sanitaria del coronavirus.

Ad aiutarci una delle persone che gli sono state più vicine. Un rapporto professionale, il loro, che poi è cresciuto e maturato in una sincera amicizia. “Ci conoscevamo da circa 25 anni ma ci siamo dati sempre del lei. Perché ripeteva il lei è un segno di rispetto non di distacco. E così anche se ormai con le rispettive famiglie eravamo di casa, per me è sempre stato il dottore e per lui io sono sempre stato il maresciallo”.

La necessaria premessa

A parlare è un luogotenente della Guardia di Finanza veneziana, il riferimento di fiducia di Pavone nella polizia giudiziaria, che lo ha affiancato nelle indagini dalla fine dalla seconda metà degli anni Novanta al 2010, quando Pavone ha lasciato la Distrettuale antimafia lagunare per passare alla Procura generale, e terminare la carriera a capo della Procura di Belluno. Quasi mezzo secolo con la toga, la pensione nel 2017. Mette in chiaro subito una cosa. “Questa non è un’intervista, non ne ho mai fatte e non intendo farne una ora. Accetto solo per il dottore, perché trovo giusto dedicargli, a nome di quanti lo hanno conosciuto e stimato, un doveroso tributo”. Nessuna tentazione di santificazione o di celebrazione. Bensì il ritratto, per nulla esaustivo, di “un uomo giusto, retto, severo”, delineato con gli occhi di chi ha lavorato nel suo ufficio da “operaio” traendo da questa esperienza un insegnamento raro tanto nel condurre le indagini, quanto nel vivere quotidiano.

L’ultima telefonata

“Ci siamo sentiti a metà febbraio pochi giorni prima dell’inaugurazione a Dolo del Centro di documentazione e di inchiesta sulla criminalità organizzata. Era contento di essere stato chiamato a far parte del Comitato scientifico. Voleva alcune ordinanze, risalenti giusto a un anno fa, che confermavano il radicamento in Veneto della ‘ndrangheta. Voleva studiare, prepararsi, approfondire. E mi ripeteva che lui era stato uno dei pochi che, inascoltati, andavano affermando che la nostra regione non era esente, che l’infiltrazione era sotterranea, economica, pervasiva, che eravamo una terra di conquista. Sosteneva che era stato purtroppo profetico, ed era rammaricato per la miopia di certi che in passato rivestivano incarichi istituzionali e non avevano compreso la gravità del fenomeno. Era altresì orgoglioso di come alcune sue colleghe e colleghi avessero invece con estrema tenacia insistito nel condurre indagini lunghe e snervanti proprio sulla presenza delle mafie in Veneto. Era loro grato perché vedeva in questo un seguito del suo impegno”. Fu l’ultima apparizione pubblica, il 17 febbraio. Due giorni dopo i primi sintomi che il 22 lo costrinsero al ricovero in terapia intensiva all’Angelo.

L’acume investigativo

“Se c’è la mala del Brenta lo si deve solo a lui che seppe tirare fuori l’unicità del contesto mafioso locale. Da pretore inizialmente da giudice istruttore poi prese in mano tanti fascicoli-spezzatino su diversi episodi delinquenziali con una visione d’insieme che ne evidenziò i caratteri tipici della mafia: il controllo del territorio, l’assoggettamento al vincolo associativo, l’intimidazione e l’omertà. Riascoltare qualche suo interrogatorio di Felice Maniero o di altri appartenenti all’organizzazione, ancora oggi è un esercizio di scuola e non solo per chi voglia intraprendere il percorso in magistratura. Era un fanatico del riscontro, per quanti particolari chiedeva, e quelle che sembravano sciocchezze, in sede dibattimentale, si rivelavano decisive Come era l’arredamento del soggiorno? Quanti e quali quadri alle pareti e come erano collocati? Al momento della perquisizione e dell’arresto facevamo il filmato e la corrispondenza era piena, incredibile, così l’attendibilità del teste e del fatto storico. Una dote naturale questa capacità di cogliere i dettagli. Insieme a una memoria eccezionale che spesso fa la differenza in un’attività d’indagine”. Originario di Taranto, classe 1944, Pavone conseguita la laurea arrivò a Venezia da cancelliere capo. Trascorsa una decina d’anni da dirigente amministrativo, la decisione di provare il concorso in magistratura.

Instancabile lavoratore 

“Non si stancava mai. Dormiva pochissimo e analizzava le carte fino a notte inoltrata, per essere in ufficio il mattino dopo sempre puntuale. Non voleva perdere tempo. Nemmeno per pranzare. Quanti panini con la mortadella insieme a tutto il gruppo di pg e spesso pagava lui per tutti. Aveva ritmi che noi di vent’anni più giovani a stento reggevamo. Era lui per primo a dare l’esempio di costanza, serietà, abnegazione. Ci faceva sentire parte integrante della squadra, valorizzando il nostro contributo perché lo riconosceva. A ognuno attribuiva la sua parte. Con gli ufficiali aveva un patto d’onore: quando venite a parlare di un’indagine portate il maresciallo che la sta facendo che non voglio notizie di seconda mano, voi siete i dirigenti e dovete esserci perché darete le direttive in maniera concreta, ma se mi dovete raccontare quello che è uscito io preferisco che me lo dica chi lo ha fatto”. A vincere era la squadra. Tutta. Favorita anche dal carattere gioviale di Pavone, incline alla battuta, mai volgare, mai offensiva.

Rispetto e coerenza

“Non mirava allo scoop, è roba da giornalisti, mi diceva, noi facciamo un altro mestiere. Temuto e allo stesso tempo rispettato pure dai delinquenti. Sapevi che se capitavi sotto Pavone eri finito, con la certezza però che avevi di fronte un magistrato corretto, che non ti avrebbe mai fatto uno sconto certo, ma con la massima lealtà. Aveva un’estrema considerazione della libertà di una persona, non chiedeva mai le misure cautelari: intanto buttiamolo dentro e vediamo se parla. No. Ho sempre apprezzato in lui innanzi tutto l’equilibrio. Il profumo dell’arrosto – dichiarava – a noi serve per fare le indagini, se troviamo l’arrosto andiamo a processo, ma se non lo troviamo, come prevede il Codice non facciamo vittime innocenti. E anche se sono intimamente convinto che quel tizio ha rubato ma io non ho una prova tale da affermarlo io davanti al giudice non lo porto. E’ la misura dell’uomo e di un magistrato senza speranze e senza timori: dall’inchiesta non si aspettava onori o ribalte e nell’inchiesta non guardava in faccia nessuno. A contare era la verità giudiziaria. Anche se ribaltava la sua accusa. In tal caso mai un commento, mai una sbavatura. Piuttosto stava zitto”. Il dottore e il maresciallo si conobbero all’epoca in cui un grosso scandalo corruttivo investì le Fiamme gialle veneziane. “Non esitò ad arrestare anche un finanziere che lavorò a lungo con lui e del quale fino ad allora aveva nutrito una grande stima. Lo feriva nel profondo chi tradiva: il criminale sai fin dall’inizio da che parte sta, ma chi ha giurato fedeltà allo Sato non ha la benché minima attenuante qualsiasi divisa indossi. La sua fiducia nell’istituzione della Guardia di Finanza era tanta e tale che lui volle noi, un piccolo pool investigativo interno guidato da un colonnello che conosceva ed apprezzava, il compianto Quirino Nicoletta, per condurre quella complessa e dolorosa indagine”.

Tenacia e onestà

“Lo definivamo un mastino. Quando azzannava non mollava. Nel 2002 riuscì a portare in carcere il numero due della mafia russa, Alik Tokhtakhunov, rifugiatosi a Forte dei Marmi per sfuggire alla giustizia francese e inglese, che invano aveva tentato di stringergli le manette ai polsi. Quell’anno era la seconda indagine più rilevante in Italia della Guardia di Finanza, alla quale partecipava anche lo Scico. Fu tanto caparbio che riuscimmo ad arrestarlo su rogatoria, in collaborazione con l’Fbi, per aver truccato una gara di pattinaggio su ghiaccio delle Olimpiadi canadesi. Tutto partì dal riscontro di ingenti giri di denaro che ruotavano attorno a un’azienda trevigiana di trading di mobili guidata da un russo. L’intuito dell’investigatore che sulla scorta del reato spia, le violazioni fiscali, smascherò il riciclaggio, comprendendone la regia malavitosa. Pavone, come ognuno di noi, non era un uomo perfetto ma la sua onestà morale sopperiva agli inevitabili errori che solo chi lavora compie. Faceva le sue scelte e se ne assumeva la piena responsabilità senza mai scaricare sugli altri, caricandosi tutto il peso degli eventuali errori”.

Una lezione preziosa in un tempo in cui lo scaricabarile è piuttosto frequente. Una lezione preziosa in un tempo in cui la necessità della memoria è vissuta come fastidio. Una lezione preziosa in un tempo in cui l’integrità morale è spesso sbeffeggiata. Una lezione preziosa in un tempo in cui la competenza è merce rara.

Monica Andolfatto

Condividimi: