Giornalismo veneto in lutto: ciao “Sambu”

In Assostampa provinciali, Sindacato Giornalisti by SGV Redazione

Il giornalismo veneto piange il collega Andrea Sambugaro, morto lunedì 9 marzo. Riportiamo l’articolo a firma di Chiara Tajoli, uscito oggi sul quotidiano L’Arena dove “Sambu” ha lavorato per 34 anni.
Il funerale è stato fissato venerdì 13 marzo alle 15 nella chiesa di Santissima Trinità a Verona, zona tribunale. Alla famiglia e alla redazione de L’Arena l’affettuosa vicinanza di tutto il Sindacato giornalisti Veneto.
No Surrender. Nessuna resa. È sempre stato questo il motto di Andrea Sambugaro, giornalista de L’Arena per 34 anni, spirato ieri pomeriggio. La canzone di Bruce Springsteen ha dato il ritmo alla sua vita, sia professionale che umana, contagiando anche i colleghi che dal “Sambu”, come tutti lo chiamavano, hanno imparato tanto, soprattutto a mettersi in gioco, a non arrendersi e a riempire le ventiquattrore ore non solo di lavoro, ma anche di vita e di emozioni. Come faceva lui. Andrea Sambugaro, 64 anni, era un’istituzione a L’Arena. Ha diretto quasi tutti i settori: Cronaca, Sport, Cultura e spettacoli e, infine, Provincia, fino al 31 agosto 2023, quando è andato in pensione. Non era solo un bravo vice caporedattore, deciso e giusto, ma anche un bravo giornalista (quando scriveva la sua penna volava) ed era anche una persona da cui si poteva sempre imparare qualcosa. Non solo di giornalismo, ma anche di fotografia, arte, cinema e persino cucina. Tra i suoi interessi, senza dimenticare il suo amato Hellas che seguiva spesso anche in trasferta, c’era pure la pittura. Aveva frequentato i corsi liberi dell’Accademia Cignaroli e dipingere era diventata una sua grande passione che amava condividere, organizzando mostre per esporre i suoi quadri, ma anche per incontrare gli amici e gli sconosciuti che entravano a curiosare. Nelle sue opere c’era un tema ricorrente: il mare della “sua” isola d’Elba che aveva imparato ad amare fin da bambino ed era diventata il suo “luogo del cuore”.
Ma le sue colleghe e i suoi colleghi da lui hanno imparato anche molto altro. Nell’ottobre del 2019, dopo aver annunciato alla sua redazione di avere “un ospite non invitato nel cervello”, ha detto che il giorno successivo sarebbe andato a Venezia a portare “Benigno” (così aveva battezzato il meningioma) alla Biennale. «Visto che tra un po’ ci separeremo», aveva aggiunto alludendo all’intervento chirurgico cui si sarebbe sottoposto a breve e lasciando tutti a bocca aperta per il coraggio con cui affrontava la situazione.
Un coraggio che non gli è mai mancato in questi anni e che l’ha spinto anche a pubblicare il libro “Ti scrivo un whatsapp” in cui racconta la scoperta del tumore, le terapie fatte e i suoi pensieri più profondi attraverso i whatsapp inviati a familiari e amici. Il “Sambu” sapeva sempre sorprendere. Dopo la scoperta del quarto meningioma, con la malattia che continuava a progredire e richiedeva nuovi interventi chirurgici, ha rilanciato i dadi della vita partecipando a tre concerti consecutivi del Boss a Ferrara, Roma e Monza, organizzando nuove mostre (le sue ultime sono state “Essenziale”, “SottoSopra” e “Profondità”) e iniziando a scrivere un nuovo libro. Lui il bello lo vedevo in tutto. «Il tramonto, il risveglio, il fiume che scorre lento. In mezzo io. La vita», aveva scritto durante il ricovero dopo il primo intervento. Al centro di tutto, però, c’era la sua amata famiglia: la moglie Donatella, i figli Matteo e Lorenzo, con la compagna Giorgia, e il nipotino Gabriele, la cui nascita gli aveva dato un motivo in più per non arrendersi. Fino all’ultima sfida, affrontata senza alzare le mani perché per lui, fedele al Boss, la resa non era un’opzione.

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