Inpgi, la presidente Macelloni al direttivo Sgv: «Sacrifici utili solo con l’ingresso dei comunicatori»

In Sindacale by SGV Redazione

L’Inpgi si può salvare mantenendone l’autonomia?

, con ma dobbiamo chiedere altri sacrifici che sono utili se, e solo se, si allarga la platea di iscritti.

, a patto che tutti si assumano le proprie responsabilità: giornalisti, editori, governo, nella consapevolezza che non c’è alternativa.

, è difficile ma non impossibile: occorre determinazione e lucidità e servirebbe una categoria unita, veramente unita.

, se lo Stato dimostra nei fatti di credere ancora nel sistema della previdenza privatizzata, che vale 100 miliardi di euro, agendo quindi sulle platee adeguandosi alle condizioni lavorative di oggi che sono del tutto diverse rispetto al momento della riforma del 1995.

, se viene tolto il vincolo non realistico della sostenibilità a 50 anni.

, se c’è un effettivo rilancio del lavoro buono e dell’intero settore.

 

Marina Macelloni, presidente dell’Inpgi, ospite del direttivo regionale riunito on line del Sindacato giornalisti Veneto, ha illustrato con estrema chiarezza tutto il percorso che il Cda ha percorso finora per mettere in sicurezza i conti dell’istituto.

Conti che nell’ultimo decennio sono stati falcidiati dal sistematico ricorso agli ammortizzatori sociali (500 milioni di euro pagati negli ultimi 10 anni), dai continui prepensionamenti (che però vale la pena ricordare hanno evitato molti licenziamenti), dallo squilibrio purtroppo strutturale fra gli attivi (quasi 10mila) e i pensionati  (poco meno di 15mila) con un trend che per la prima volta nella storia dell’ente vede la media retributiva più bassa della media delle pensioni.

I correttivi introdotti negli anni, l’ultima riforma è del 2017 con il passaggio al contributivo secco, hanno parzialmente limitato il deficit di bilancio, ma se non c’è lavoro e pagato in maniera dignitosa la china è difficile da risalire.

Il 2020 si chiuderà con uno sbilancio di circa 190 milioni di euro.

Sullo sfondo c’è chi vuole sciogliere l’Inpgi nell’Inps, eliminando l’autonomia e l’indipendenza dell’informazione con un approccio puramente ideologico, e c’è chi, seminando panico e paura, invoca una “garanzia pubblica” che non può esistere e che, se fosse attuata, si tradurrebbe nel ritorno alla situazione pre 1995 con l’entrata nell’Inps e la parificazione dei trattamenti.

Unico obiettivo di chi chiede la fantomatica ‘garanzia pubblica’ e quello di abbattare attraverso l’assorbimento nell’INPS l’attuale dirigenza, cosa che non è riuscita attraverso il voto dei colleghi.

Insistere sulla “garanzia pubblica” significa non assumersi la responsabilità di agire ed esporsi al rischio che la Corte dei conti proceda per danno erariale e continuare a ingannare i colleghi indicando una situazione che è sempre stata esclusa in tutti i tavoli di trattativa.

Rimane poco tempo: il 30 giugno prossimo scade lo “scudo” anti commissariamento e la crisi politica complica tutto. La norma che prevede che i comunicatori versino i contributi all’Inpgi dal 2023 c’è ma l’Inpgi ha domandato di anticipare il più possibile questa data.

Come è noto, l’Inpgi può iscrivere solo chi è iscritto all’Ordine dei giornalisti, e l’allargamento sarebbe stato possibile anche non percorrendo la via legislativa; quattro anni fa, nel 2017, infatti era stato chiesto all’Ordine di istituire un elenco speciale per i comunicatori: ma la richiesta è caduta nel vuoto.

 

Quale il percorso delineato dal Cda?

La stessa legge che prevede l’ampliamento della platea a partire dal 2023, prevede che l’Inpgi si impegni per ridurre le perdite. Sono quindi necessari degli interventi sulle entrate e sulle uscite.

Si è cercato di dare equità a una manovra che va a toccare gli interessi economici dei colleghi coinvolgendo attivi e pensionati, nell’ottica solidaristica che sempre ha contraddistinto gli interventi approvati. Questa la premessa dichiarata da Massimo Zennaro, componente del cda dell’Inpgi e vice segretario vicario del Sindacato giornalisti Veneto.

Ecco le tappe inserite in una “delibera di impegno” del Cda, votata anche dai rappresentanti ministeriali e della Fieg. La delibera diventerà operativa nel momento in cui il Governo allarga la platea degli iscritti all’Inpgi, altrimenti decade. Si tratta di sacrifici che trovano il loro senso appunto nel tentativo di mantenere l’autonomia dell’Ente: misure credibili ma pensate con l’obiettivo di non penalizzare eccessivamente la categoria.

  1. Contributo straordinario dell’1% per 5 anni, replicabile per altri 5, a carico degli attivi. 1% di contributi in più che andrà ad aumentare il castelletto contributivo individuale, e quindi non va perso, che avrà un effetto immediato sulle entrate; lo stesso contributo è esteso anche ai pensionati.
  2. Abbattimento dello 0,25% per ogni mesi di anticipo delle pensioni di anzianità che ancora hanno requisiti inferiori a quelli definiti dalla Legge Fornero; rimane il requisito di 62 anni e 5 mesi di età a fronte di 40 anni e 5 mesi di contributi (l’Inps al momento prevede un requisito minimo di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne). L’effetto sperato è quello di incentivare i colleghi a rimanere al lavoro. Es. un collega che ha più di 62 anni e 41 anni di contributi può andare in pensione, ma il suo assegno verrà decurtato del 5,5% (22 mesi di anticipo x 0,25% = 5,5%)
  3. Sospensione delle prestazioni facoltative quali l’assegno di super-invalidità e case di riposo. I trattamenti in corso non verranno toccati.
  4. Abbassamento della possibilità di cumulo tra pensione e altri redditi da 22mila a 5mila euro annui. L’obiettivo è disincentivare l’utilizzo da parte delle aziende dei giornalisti in quiescenza nel processo produttivo quotidiano.
  5. Taglio ulteriore alle spese di struttura del 5% e di quelle per la governance del 10%.

 

Lo stallo provocato dalla crisi di governo certo non aiuta, ha ribadito Macelloni. Dobbiamo ricominciare tutto da capo, ma non ci spaventa, non è la prima volta. Tutti i funzionari dei Ministeri e della Ragioneria di Stato rimangono: speriamo che il nuovo governo smetta l’obiezione ideologica che aveva portato lo scorso esecutivo, anche negli ultimi suoi giorni, a confermare la volontà di procedere con l’abolizione dei fondi per l’editoria.

 

Come stanno fronteggiando la crisi le altre casse autonome?

Alcune hanno lo stesso problema di platea (geometri, ragionieri, Enasarco), altre di prospettiva per il forte calo del reddito degli iscritti. La cassa dei ragionieri è stata aiutata da quella dei commercialisti che ha ceduto loro i “giovani”; Enasarco, che è una cassa di secondo pilastro, è stata commissariata già un paio di volte. Le altre invece hanno proceduto con le riforme prima di noi che siamo passati al contributivo nel 2017. Inoltre, ed è una differenza importante, Inpgi è l’unica cassa con lavoratori dipendenti; e l’essere agganciati al lavoro subordinato in un mondo che ricorre sempre di più al lavoro autonomo (o finto tale) riduce fortemente le entrate dell’istituto.

Quali le condizioni per il commissariamento?

Si rischia il commissariamento in presenza di almeno due bilanci consecutivi in perdita e in assenza di misure di raddrizzamento dei conti in prospettiva. L’entrata di 15mila comunicatori comporterà una riduzione di circa il 30% del passivo.

Perché nessun contributo a carico degli editori?

Perché in questo momento potrebbe diventare un boomerang per i colleghi: aumentando il costo del lavoro e incentivando le aziende a ricorrere a stati di crisi, licenziamenti e cassa integrazione. Nel corso delle trattative è stato posto il tema dell’aumento temporaneo della contribuzione a carico delle aziende proponendone la contemporanea fiscalizzazione (pagamento a carico dello Stato).

Quale l’impatto sui conti di eventuali futuri prepensionamenti?

A oggi lo stanziamento pubblico copre altre 190 posizioni che gli editori, hanno dichiarato, intendono attivare fra il 2021 e il 2022. Il fondo statale pagherà le pensioni fino al compimento dei 67 anni dei colleghi. Il danno all’Istituto è per il mancato incasso dei contributi dei colleghi che vanno in pensione.

 

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