Sciopero. Giornalisti in piazza a Verona. Costante: «Gli scatti di anzianità sono la democrazia del nostro contratto»

In Sindacale by SGV Redazione

«Gli editori affermano che il riconoscimento degli scatti di anzianità in percentuale garantisce già ampiamente il recupero dell’inflazione. No. Non è così Il compito di questo istituto contrattuale è garantire ai giornalisti di lavorare senza il ricatto o la minaccia delle mancate promozioni . Gli scatti sono la nostra indipendenza. Non tutti diventiamo capiservizio o caporedattori, ma tutti abbiamo il diritto di avere una progressione economica dignitosa. Questa è la vera democrazia del contratto. Questa è la vera tutela dell’articolo 21 della Costituzione. Oggi siamo in piazza per difendere l’articolo 21, ma anche l’articolo 36: quello che dice che ogni lavoratore deve avere una retribuzione dignitosa. Molti giornalisti oggi non ce l’hanno. In primis i lavoratori autonomi e i collaboratori ma anche i dipendenti neoassunti ».

È questo uno dei passaggi più significativi dell’intervento con cui la segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante, dal palco della scalinata di palazzo Barbieri nel centro di Verona, ha spiegato le ragioni della terza giornata di sciopero nazionale per il mancato rinnovo del contratto scaduto da 10 anni.

«Grazie ai colleghi per essere qui in piazza e grazie a tutti i giornalisti che oggi, (16 aprile) per la terza volta, rinunciano a una giornata di lavoro per difendere la nostra professione.
Per difendere l’informazione di oggi, ma soprattutto quella del futuro. Siamo qui per dire agli editori che l’informazione, se vuole avere un futuro, deve tornare a essere autorevole e indipendente. E dobbiamo dirlo con grande chiarezza: i giornalisti non possono essere la Cenerentola del Paese. Non possono essere sottopagati, non possono essere sfruttati. Non possiamo raccontare i diritti violati degli altri quando, nelle nostre redazioni, quotidianamente vengono violati i nostri. Sono diritti economici, prima di tutto.
Sono diritti alla carriera, soprattutto quando sei donna. Sono diritti all’indipendenza».

«Perché scioperiamo? Perché al tavolo, dopo due anni di trattativa, gli editori non si sono mossi dalla loro idea di contratto ancora incentrata sul taglio del costo del lavoro. Mentre noi chiediamo un contratto nuovo capace di tenere conto delle trasformazioni di questa epoca. La prima e più importante: l’intelligenza artificiale».

«E poi c’è il tema dei contenuti ceduti agli Ott: se gli editori fanno ricavi vendendo il nostro lavoro a Facebook, Google e alle grandi piattaforme, quei contenuti devono essere pagati. Il contratto parla chiaro: la crossmedialità e la transmedialità valgono all’interno della stessa azienda, non quando il nostro lavoro viene venduto all’esterno. Sono i nostri diritti che stanno mettendo a rischio».

«Nei giorni scorsi il Presidente Mattarella, incontrando gli studenti delle scuole di giornalismo, ha detto una cosa semplice e vera: l’informazione è un bene pubblico.
E allora io dico: come bene pubblico va trattata. Deve essere più finanziata, meglio finanziata, non sottofinanziata. Ma finanziare l’informazione per fare tabula rasa nelle redazioni attraverso i prepensionamenti  non è soluzione. Serve riportare i ricavi nelle aziende, costringere gli editori a fare davvero questo mestiere. Perché non possono usare l’informazione per i propri interessi e rendere meno democratico il nostro Paese»

«Noi scioperiamo per il contratto, ma scioperiamo anche perché l’informazione ha un impatto diretto sulla società e sulla democrazia. Sono ancora i giornalisti, i quotidiani, a costruire l’agenda pubblica del Paese. Anche se, fuori dalla categoria, qualcuno sembra dimenticarlo».

«Nel nostro sciopero teniamo insieme tutti: i giornalisti dipendenti, ma anche i lavoratori autonomi, i collaboratori, i co.co.co. Migliaia di persone che mandano avanti l’informazione nei territori, nelle piccole città, nei quartieri, guadagnando cifre inaccettabili. I dati dell’Inpgi parlano chiaro: circa 11mila euro lordi l’anno per i co.co.co., 18mila per le partite Iva. Parliamo di lavoratori sotto la soglia di povertà. Altro che reddito di cittadinanza».

«Diciamo basta a questa situazione. Chiediamo il rinnovo di un contratto fermo da 10 anni.
Chiediamo che vengano finalmente applicate le tabelle dell’equo compenso. Perché se scriviamo dei rider di Glovo o di Amazon dobbiamo scrivere anche dei rider che abbiamo al nostro interno, i collaboratori appunto che alle 11 di sera mandano una breve per 2,50 euro lordi. È vergognoso».

«Gli editori devono riaprire la trattativa e cambiare approccio: discutere del futuro dell’informazione, non solo dei loro utili. Parlano di un contratto “rigido”, “insostenibile”, che ostacola la competitività e l’ingresso di giovani professionalità. In realtà stanno dicendo che le nostre domeniche costano troppo, che le nostre festività costano troppo. Stanno dicendo che dovremmo lavorare a Natale e a Ferragosto come un giorno qualsiasi. Ci stanno dicendo, in sostanza, che la nostra professione vale quanto, e lo pronuncio con estremo rispetto, quella del barista dell’autogrill, senza riconoscerne le specificità. Nel frattempo, altri settori rinnovano i contratti con aumenti importanti: i medici hanno ottenuto circa 491 euro. A noi, dopo 10 anni, vengono offerti 150 euro lordi in tre tranche:  50 euro al mese il primo anno, 100 il secondo e 150 finalmente il terzo. Una vergogna».

«E circa le giovani professionalità che starebbero al palo per colpa del contratto?  Un neoassunto guadagna circa 1.350 euro netti al mese. In una grande città come Roma o Milano non vive, Ben che vada deve condividere casa come uno studente. È questa la dignità del lavoro? E cosa propongono gli editori? Pagare i giovani ancora meno. Tagliare del 20% questi stipendi per “favorire l’inserimento”. Tradotto,  significa creare nuovi lavoratori poveri».

«Noi chiediamo ai colleghi fiducia. Non sarà una trattativa breve né semplice. Ma insieme – come categoria e con la società civile e la politica – possiamo riportare l’informazione al centro del dibattito che per dirsi tale deve continuare a essere forte, professionale, autorevole e indipendente.  Ma la politica, in particolare, deve capire che ci deve dare una mano per riportare al tavolo gli editori con idee più sane e più sagge. Lo ripeto: tutti insieme si può».

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