Andare, vedere, ascoltare e capire: dibattito laico-religioso sul giornalismo

In Sindacale by SGV Redazione

«L’ascoltare è dunque il primo indispensabile ingrediente del dialogo e della buona comunicazione. Non si comunica se non si è prima ascoltato e non si fa buon giornalismo senza la capacità di ascoltare. Per offrire un’informazione solida, equilibrata e completa è necessario aver ascoltato a lungo. Per raccontare un evento o descrivere una realtà in un reportage è essenziale aver saputo ascoltare, disposti anche a cambiare idea, a modificare le proprie ipotesi di partenza».
Lo scrive Papa Francesco nel messaggio per la 56ma Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che pone l’accento appunto sull’ascolto come «condizione della buona comunicazione».
Ed è attorno a questa sollecitazione che è ruotato il corso di formazione organizzato da Ucsi Veneto a Lisiera (Vi) nel confronto dialettico fra padre Giulio Albanese, giornalista e missionario, fondatore dell’Agenzia Misna e Monica Andolfatto, segretaria del Sindacato giornalisti Veneto.
Il religioso ha sottolineato come nella società attuale ci sia un deficit di ascolto che conferma, quale segno dei tempi, l’evidente arretratezza del pensiero, ovvero della capacità di argomentare. «Insieme ai tanti virus, circola anche quello della stupidità che, sebbene sottovalutato, è molto pericoloso come ha ben argomentato Carlo Cipolla nel suo celeberrimo “Le leggi umane sulla stupidità umana”. Il pensiero debole tende ad approssimare le cose e non distingue tra il complicato e il complesso. Il primo termine presuppone un ordine, una logica, una risposta, dà una soluzione; il secondo no, rimanda a un intreccio rispetto al quale non vi è una risposta e se c’è non è mai univoca. Per questo Francesco nel suo Evangelii Gaudium ha affermato che per orientarsi nella complessità serve innescare dei processi, tracciare dei percorsi».
L’informazione, ha continuato Albanese, è la prima forma di solidarietà, parte dal discernernimento, opera una gerarchia delle notizie e per fare questo si deve scegliere da che parte stare: da quella della gente attuando il sacrosanto diritto dovere della libertà di stampa.
Andolfatto ha aggiunto, sempre richiamandosi alle esortazioni del Papa, che il giornalista deve sì andare, vedere, ascoltare ma anche capire. «Appunto comprendere la complessità del reale per non cedere a pregiudizi, stereotipi, discriminazioni, linguaggio d’odio e al contrario promuovere inclusione, equità sociale, ponti fra culture distanti, senso di comunità. E soprattutto per riconoscere e smascherare notizie false, edulcorate, manipolate. Siamo nella società dell’informazione e chi fa giornalismo professionale è fondamentare nel mediare tra i fatti e la loro narrazione mettendo in campo attendibilità e credibilità».
Di qui la necessità di una formazione continua e aggiornata, tutt’altro che episodica, sul modello realizzato nel cosiddetto “Laboratorio Padova”, con il corso di Alta formazione Fnsi-Unipd “Raccontare la verità”, la cui esperienza è interpretata nel volume appena pubblicato “Aver cura del vero”, curato insieme a Laura Nota e Roberto Reale.
«Un’informazione solida, equilibrata e completa – ha concluso Andolfatto riprendendo le parole del Papa – necessita sì di aver ascoltato a lungo ma anche di studio, fatica, e di accuratezza, concetto cardine del corso, nel confronto con le altre professionalità in una contaminazione multidisciplinare che è crescita reciproca».

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