25 aprile ghetto 2019 venezia

25 aprile: «Speriamo di festeggiarlo di nuovo insieme in ghetto a Venezia». Luogo di memoria, testimonianza, militanza. Nino Vascon non mancava mai

In Eventi, Sindacale by SGV Redazione

L’appuntamento dei veneziani, il 25 aprile, è in ghetto. Chi con la bandiera tricolore, chi con il “boccolo” scarlatto per festeggiare insieme alla Liberazione, anche il patrono San Marco. I discorsi delle autorità: i rappresentanti dell’Anpi, il presidente della Comunità ebraica, il sindaco. E poi il ritrovarsi fra amici, i ricordi, l’incontro con chi non abita più da anni in laguna e torna puntuale. Fra questi c’era anche Nino Vascon, morto a 92 anni lo scorso 7 gennaio, a Fiera di Primiero dove si era trasferito da tempo, dopo una vita professionale trascorsa alla Rai di Venezia, da semplice cronista fino a diventarne direttore di sede.

Lo hanno detto tutti, in occasione del tributo che il Sindacato giornalisti Veneto gli ha voluto riservare nel direttivo regionale del 22 aprile: dalla sorella Rosanna, al figlio Marco, agli amici Giuseppe Giulietti, presidente della Fnsi e Duilio Stigher, che con lui hanno lavorato.

Vascon il 25 aprile in ghetto non mancava mai

Non ancora 17enne non ebbe alcun dubbio: scelse di stare dalla parte della libertà e della democrazia. Salì nel bellunese e divenne una giovane staffetta partigiana, facendo base nel paesino di Gares, frazione di Canale d’Agordo il paese di papa Luciani: «Un giorno volle portarmi a vedere questi luoghi che lo avevano visto ragazzo sfidare i fascisti» ha ricordato commossa la sorella Rosanna.

E partigiano Vascon lo è rimasto sempre, anche da giornalista: scegliendo di stare dalla parte della gente, intendendo la professione come impegno civile, responsabilità, serietà, dando voce a chi non l’aveva, agli ultimi, ai dimenticati. Lo ha sottolineato Giulietti: «Era appassionato del suo mestiere. Mi ricorda la migliore tradizione dei giornalisti della Rai, maestro e signore della parola. Al pari di Sergio Zavoli che Nino ha ben conosciuto. Persone che levavano gli aggettivi e non li aggiungevano. Che sapevano che la parola può ferire ma anche fare incontrare. E Nino la parola la sapeva usare come pochi. Basta riascoltare le sue radiocronache dal Vajont. Fu tra i primi ad arrivare con Stilgher e Valter Stefani, con i fotoreporter di Camerafoto. Mi raccontò che rimase in onda ininterrottamente per 12-14 ore. Con lui i colleghi del Gazzettino ma anche una giornalista che lui stimava moltissimo, pure lei staffetta partigiana: Tina Merlin, la prima, dalle pagine de L’Unità, a denunciare il pericolo rappresentato dalla diga».

Ma c’era anche un Vascon scrittore, ha continuato Giulietti: «Ha lavorato con Beppe Viola, alcuni suoi testi sono arrivati a Dario Fo, da leggere il libro “Golpe Italia” del 1975 nel quale ridendo e scherzando prefigurò la P2, le trame, i colpi di Stato. Se c’è un termine per definire Nino, penso che il più calzante sia poliedrico, multiforme. Ironico e sarcastico come solo i grandi possono essere, capace di ridere prima di tutto di se stesso. Anche negli spettacoli che a casa allestiva con Marino Varagnolo per allietare e pungolare gli amici».

Dotato pure di una profonda empatia che, ha proseguito Giulietti, «lo portava ad amare il genere umano tanto nelle virtù, quanto nei vizi. Incapace di coltivare l’odio, sempre con il sorriso ma fermo nelle sue convinzioni. Ogni 25 aprile mi telefonava per trovarci al ghetto e mi diceva “Beppe attenzione la libertà è a rischio, attenzione che nulla è mai scontato” e incoraggiava tutti noi a continuare la battaglia contro ogni bavaglio. Nino non ha mai disertato una Festa della Liberazione, insieme a Rosanna, insieme a Duilio». Già Duilio che si è emozionato nel prendere la parola e che ha ripetuto quanto Nino gli manchi: le sue telefonate, la sua passione professionale e politica, il suo attaccamento alla vita.

«Voglio ringraziarvi – ha affermato il figlio Marco – per aver voluto ricordare mio padre che è stato anche sindacalista, certo di un’altra generazione, certo in altri contesti, ma al pari di voi era molto sensibile al tema delle nuove tecnologie e degli effetti che potevano avere nell’informazione, non sempre positivi, come le fake news. Papà credeva nella stampa seria e responsabile che aiuta i cittadini a capire i fatti con il ragionamento e non con i tweet. Lui ha vissuto anche la stagione delle bombe, la strategia della tensione. In quegli anni, gli anni di piazza Fontana era alla Rai lombarda».

La voce della Comunità ebraica veneziana

Una stampa seria e responsabile non può essere altro che libera e indipendente, pilastro irrinunciabile per una società democratica e inclusiva, stimolo di coesione e non di divisione sociale, ha ribadito la segretaria regionale Sgv, Monica Andolfatto. E torniamo al ghetto di Venezia. Luogo di memoria, testimonianza, militanza. E dialogo. «Nemmeno questa volta riusciremo a ritrovarci in presenza nello spazio della città che è sempre stato punto di riferimento di chi è antifascista e lotta contro discriminazioni, odio razziale, pericolosi e subdoli revisionismi. Il 25 aprile lo festeggiamo lo stesso con video testimonianze trasmesse insieme al Comune su youtube e con la presentazione di libri on line». Un intervento lucido quello del collega Paolo Navarro Dina, vice presidente della Comunità ebraica di Venezia, con la quale Sgv condivide i valori costituzionali, a partire dal ripudio del fascismo. Un intervento partigiano, sul solco tracciato attraverso il ritratto di Vascon, chiaro nella fermezza e nella fierezza di una netta scelta di campo. «Ogni 25 aprile puntualmente c’è qualcuno che mette in discussione il valore della ricorrenza e punta a sottolinearne l’aspetto divisivo. Non ho conosciuto Vascon ma penso che anche lui soffrisse di questa deriva e che in cuor suo abbia fatto di tutto per lottare contro la volontà revisionista di vedere e far vedere con occhi diversi l’eroicità e l’importanza di quel 25 aprile 1944 per la storia italiana». I giornalisti non possono chiamarsene fuori: è il monito di Navarro Dina. «Sui nostri giornali – ha richiamato – dobbiamo sapere discernere chi è stato dalla parte del bene e chi da quella del male, attenti a non cadere nei tranelli della relatività che vuole mettere sullo stesso piano chi non lo è stato: la lotta contro la dittatura e il dominio nazifascista fu una lotta di popolo». Navarro Dina ha letto una citazione del 1943 dai Diari di Emanuele Artom, giovane partigiano piemontese, aderente a Giustizia e Libertà, e che ha associato a Vascon: «Bisogna scrivere questi fatti, perché fra qualche decennio una nuova retorica patriottarda o pseudo liberale non venga ad esaltare le formazioni dei purissimi eroi. Siamo quelli che siamo».

Consigliando di leggere un libro recentemente pubblicato da Laterza: “Anche i partigiani però… “ di Chiara Colombini «nel quale l’autrice cerca di dare risposte concrete sui temi della lotta di Liberazione e della Resistenza, al riparo dalla chiacchiera politica strumentale e dalla propaganda di vario genere, affidandosi e fidandosi dei fatti storici».

Foto: delegazione di Sgv e Articolo 21 Veneto in ghetto il 25 aprile 2019; da sinistra Leopoldo Pietragnoli, Nicola Chiarini, Monica Andolfatto, Giuseppe Giulietti, Duilio Stigher

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