Cdr veneti: lavoro, investimenti e formazione pilastri per il rilancio del settore

In sindacale by SGV Redazione

Covid working, tutela della salute, centralità delle redazioni, organizzazione del lavoro, investimenti tecnologici, il peso dei social, la sfida digitale e soprattutto lavoro di qualità per una informazione di qualità. I giornalisti sono pronti a fare la loro parte: e gli editori?

Dalla conferenza regionale dei comitati di redazione del Veneto unanime la denuncia di una pericolosa deriva della professione e della categoria. E altrettanto unanime la certezza che non si può retrocedere sui diritti per una flessibilità che le aziende in gran parte vuole declinare come precariato selvaggio e ricatto occupazionale.

In apertura dell’incontro on line, il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti, ha annunciato l’impegno preso dal sottosegretario Andrea Martella, al termine del recente confronto con il segretario Fnsi, Raffaele Lorusso, e con tutte le assostampa regionali, di convocare entro fine mese un tavolo operativo fra le parti per una concreta riforma dell’Editoria. E lo stesso Giulietti, come la segretaria regionale del Sindacato veneto, Monica Andolfatto, ha sottolineato l’importanza dell’attività, della presenza e del presidio dei cdr nelle singole realtà per avere una fotografia reale del mestiere, fra difficoltà quotidiane e principi irrinunciabili, e per sensibilizzare i colleghi sul fatto che occorre fare squadra anche con chi sta fuori, i collaboratori sottopagati e privi di tutele, colleghi sempre più indispensabili nella fattura del “prodotto” che attendono anche la legge sull’equo compenso, il cui iter è stato finalmente sbloccato.

Quale il ruolo del cdr? Certo difficile, specie in questi tempi di emergenza che altro non hanno fatto che aggravare una crisi in atto da decenni e mostrare, ancora una volta, l’inadeguatezza o assenza delle risposte messe in campo da editori che in maggioranza non vanno al di là del mero taglio del costo del lavoro.

Serve formazione, per l’utilizzo al meglio delle nuove tecnologie, per l’utilizzo al meglio dei social, per l’utilizzo al meglio delle fonti contro le fake news, per l’utilizzo al meglio dei contenuti nelle diverse piattaforme. Ma per quanto l’intelligenza artificiale possa irrompere nella fattura del quotidiano cartaceo, on line, radio e tv, niente e nessuno potrà sostituire il giornalista che fiuta, scopre e sviluppa le notizie.

La formazione dunque, a tutto tondo, che sta certo in capo all’Ordine – molta la preoccupazione espressa per l’impasse dell’ente voluto da un presidente che ha negato il voto per il rinnovo degli organismi – ma anche alle aziende: quali e quante sono le risorse economiche che sono disposte a porre sul tavolo? Servono corsi qualificati, condotti da esperti, cicli di lezioni, non certo due o tre ore una tantum. Chiediamoli alle aziende, pretendiamoli.

In Francia – è stato ricordato fra i tanti interventi – per la normativa sul copyright Google ora dovrà pagare i principali editori per i contenuti veicolati. I nostri cosa fanno? Chiedono sussidi al governo e altri prepensionamenti, magari vagheggiando giornali senza giornalisti.

E quando si pone il tema dei cococo l’arrogante risposta della Fieg recita più o meno così: se nessuno fa causa significa che nessuno ha nulla di cui lamentarsi.

E quando si pone il tema dell’insufficienza degli organici la risposta più gettonata e altrettanto arrogante delle aziende è: ringraziate che vi paghiamo regolarmente lo stipendio.

No. Le responsabilità stanno in capo al datore quanto al lavoratore: finora i giornalisti alle proprie non si sono sottratti, sopperendo non solo al mancato turn over con straordinari non pagati, ricorso agli ammortizzatori, smaltimento ferie, esplosione dei carichi di lavoro ma persino anche alle carenze strumentali pagando di tasca propria.

E poi c’è l’Inpgi con i bilanci in allarme rosso: a pesare come un macigno le dinamiche del mercato del lavoro agganciate all’evoluzione della curva demografica che vede una popolazione sempre più anziana. Assunzioni al lumicino con retribuzioni medie più basse della media delle rendite pensionistiche e sistema del “welfare” (cassa integrazione, solidarietà, sussidi di disoccupazione e prepensionamenti) a carico dell’Istituto. Lo squilibrio mensile previdenziale registra 38 milioni in uscita (pensioni) e 26 in entrata (contrubuti): servono con urgenza interventi di sistema. Primo fra tutti, come ha ribadito Massimo Zennaro, vicesegretario Sgv e amministratore Inpgi, l’allargamento della platea contributiva ai comunicatori pubblici: la norma c’è già, ma il recepimento in Finanziaria per anticiparla al prossimo anno continua a slittare.

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